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Se ci sono cose nella vita che appartengono all’irrazionale queste sono certamente i sentimenti.
E tra questi quello probabilmente più irrazionale, quello ci riporta ad essere bambini tra gli adulti e che annienta, in un attimo, tutte le differenze tra le classi sociali cui si appartiene, è il tifo per la propria squadra di calcio. Credo che ognuno di noi possa aver abbia cambiato idea politica, moglie, fede religiosa, ma squadra di calcio no. A parte Emilio Fede, ma lì è un’altra storia.
Io sono milanista.
La mia generazione di milanisti lo è fondamentalmente perchè il Milan è la squadra dove ha giocato Rivera.

Rivera è stato il più grande calciatore italiano di sempre.

E Rivera era il Milan, era Jannacci che lo cantò in Vincenzina e la fabbrica, “sto Rivera che ormai non mi segna più″, ed invece Rivera dipingeva sempre e mai smetterà di farlo.

Ed io grazie a lui non potevo che essere milanista.
Malgrado mio papà, tifoso folle del Napoli, andato via troppo presto per poter godere anche di una minima gioia sportiva dalla sua squadra, ma non per questo meno fiero dei suoi colori.
Malgrado quasi mi implorasse di condividere la sua passione, non potevo che essere milanista. Implorazioni intervallate, in particolari occasioni, da minacce di tipo fisico.

Tipo quando al termine di un “Tutto il Calcio minuto per minuto” che sanciva una vittoria per uno a zero del Milan a Napoli, di fronte alle mie manifestazioni di giubilo, quantunque necessariamente contenute, dovetti riparare a casa di mia sorella, inseguito dal furore paterno e restare fuori casa mentre il “vecchio” reclamava il mio scalpo. Una passione tanto forte che lo portò a vivere gli ultimi anni della sua breve vita con una copia dello Sport Sud sul comodino nella quale si denunciava il furto che il Napoli subì a San Siro, contro l’Inter per mia fortuna, ad opera dell’arbitro Gonella.
Ma io niente.
Non potevo che essere del Milan. Una squadra che muore e risorge incessantemente da 113 gloriosissimi anni.
Non potevo che essere milanista per il Gianni nazionale.

Rivera era il Milan ed io dietro di lui sono milanista fin nel midollo perchè il Milan è la squadra che più mi rappresenta. Non potevo che essere rossonero. Sono troppo cane sciolto per riconoscermi nel sinistrismo di maniera, tanto caro all’intellighentia interista. Sono troppo d’accordo con una minoranza di persone per sopportare i plebisciti da Piazza Venezia, che sono le esultanze bianconere. Piango troppo poco per essere nerazzurro. Non capitolino per essere romanista o laziale, non così coraggioso per essere viola o granata. Ed in quanto amante dei perdenti, non amo l’abitudine alla sconfitta essendo questa l’abitudine migliore per offuscare il Mito.
Dovevo tifare per una grandissima squadra, ma non una normale.
Una che vince, ma non sempre.
Una che perde, ma non sempre.
Il Milan!!!
E poi l’inclinazione al bello, tipica rossonera, quella che sceglie il trio olandese e non quello tedesco.
Sono milanista perchè non rido con le battute di Bertolino, non mi pettino come Severgnini, non sostituirei mai Roberto Carlos con Gresko, non darei Seedorf in cambio di Coco. Perchè Berti e Materazzi non potevano che essere interisti.
Sono milanista perchè Gullit, che dedicò il pallone d’oro a Mandela, lo era.
Perchè Weah, che porta in giro alla conoscenza del mondo la tragedia della sua Liberia, lo era.
Lo sono perchè l’eroe bello, tragico e irripetibile dei nostri giorni calcistici lo era. Lo era quando segnò uno dei gol più straordinari della storia a Dasaev nella finale dell’Europeo a Monaco, lo era quando ne fece quattro in tutti i modi al Goteborg, lo era quando ci fece piangere di rabbia e di tristezza la sera del 26 maggio 1993 quando lascio il campo per l’ultima volta all’85° martoriato nella caviglia da un brutto ceffo di nome Sauzée (cit. A. Scanzi), ancora una volta a Monaco, e lo era indissolubilmente quando comunicò il suo ritiro in una triste, come non mai, serata di agosto del 1995 con un semplice giro di campo, con una lacrima che solcava il suo come il nostro volto, coperto da un anonimo giubbotto di renna.
In tanti hanno provato a disinnescare la mia, la nostra, passione per il Milan con l’avvento di Berlusconi. Una figura certamente ingombrante per l’uso che si pensava, con qualche ragione, potesse fare strumentalmente del Milan.
Ma il Milan, per tutto quello che ho detto, è qualcosa che non attiene alla razionalità ma alla sfera più innocente e vera dei sentimenti.

Il Milan c’era prima di Berlusconi e ci sarà dopo.

Io sarò sempre rossonero!

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