C’è una sconfitta che fa male e una sconfitta che ti lascia indifferente. Quella di San Siro contro il Cagliari appartiene alla seconda categoria, e questo, per chi il Milan lo porta dentro da una vita, è la notizia più grave di tutte. Battuti in casa da una squadra già salva, senza più nulla da chiedere al campionato, i rossoneri hanno mancato la qualificazione alla Champions League nei novanta minuti più semplici della stagione. Fischi assordanti, Europa League come magro risarcimento, e una domanda che resta sospesa sopra il Meazza: che cosa è rimasto, oggi, del Milan?
Io quella domanda me la pongo con un imbarazzo sincero. Perché mi sono accorto di guardare il Milan con un distacco abissale, con un’indifferenza che mi vergogno persino a confessare. E non venitemi a dire che è colpa dei risultati. Sarebbe la spiegazione comoda, quella che assolve tutti. Il Milan l’ho seguito in Serie B, sono andato a vederlo ovunque, l’ho amato nella buona e nella cattiva sorte con la stessa identica intensità. Amo il Milan di Castagner in cadetteria quanto quello che alzò la coppa a Barcellona travolgendo lo Steaua. Per un tifoso vero non esiste serie, non esiste classifica: esiste un’appartenenza. Ed è proprio quell’appartenenza che oggi sento spenta.
Tre anni per azzerare un’anima
Il punto è che in tre anni è stata smontata, pezzo dopo pezzo, l’identità di questo club. Sono stati fatti fuori i simboli del “milanismo” — Boban, Maldini — uomini che il Milan non lo rappresentavano per contratto ma per storia. È stata allontanata gente di calcio come Leonardo e Massara, profili che sapevano leggere una rosa e capire uno spogliatoio. Al loro posto è rimasto un vuoto, riempito da figure che con il pallone che rotola hanno poco a che spartire.
Ibrahimovic recita la parte dello sbruffone, il personaggio dei fumetti per bambini, ma senza alcuna competenza manageriale a sostenerlo. Il presidente Scaroni — e lo dico senza acredine personale — è un uomo che fatica a distinguere un portiere da un centravanti, perché non è quello il suo mestiere: lui è lì per la questione stadio, per le partite immobiliari connesse. Operazioni legittime, sia chiaro, persino comprensibili sul piano industriale. Ma lontanissime dallo sport, dalla passione, dal calcio inteso come gioco. E intorno a tutto questo si è mosso per anni un codazzo di cantori striscianti, pronti a raccontarci la nascita di chissà quale progetto luminoso. Il progetto, alla resa dei conti, era questo: una squadra di plastica, buona ad attirare turisti a San Siro e non più tifosi.
Chi decide, e sulla base di che cosa?
Ora che si chiude un altro scempio di campionato, la domanda che dovrebbe inquietare la dirigenza è semplice e spietata: chi prenderà le decisioni, e su quali competenze? Chi sceglie l’allenatore? Chi individua un direttore sportivo? Con quali conoscenze, con quali valutazioni, con quale sguardo sul calcio reale e non sui bilanci? Perché un club che ha disperso il proprio sapere calcistico non può ricostruirsi per decreto. Servono uomini di pallone, non comunicatori. Serve una catena di comando chiara, dove i ruoli siano definiti e le ingerenze finiscano.
Quando incrocio per strada una di quelle comparse che ha avuto la fortuna di indossare la maglia rossonera, salvo pochissime eccezioni, non la riconoscerei nemmeno. E non è snobismo: è il sintomo di una squadra senza volto, senza simboli in cui un tifoso possa specchiarsi.
L’ennesima pantomima
E come se non bastasse, ecco la pantomima odierna. Nessuna conferenza stampa, nessuna assunzione di responsabilità davanti a chi quella squadra la racconta ogni giorno. Cardinale e Ibrahimovic hanno preferito convocare in un hotel del centro una platea selezionata di giornalisti amici, scelti dall’ufficio comunicazione, per veicolare con comodo le loro verità sulle testate compiacenti. Fuori, ben fuori, chiunque avrebbe potuto porre una domanda scomoda. È il manuale perfetto della propaganda: scegliti l’uditorio, e il racconto è già scritto. Quello che davvero fa specie è che nessuno dei convocati abbia avuto la dignità di denunciare la gravità della cosa — l’esclusione deliberata dei colleghi non graditi. E che siano gli stessi colleghi non graditi a doverlo fare dall’esterno, perché loro sì, se invitati, l’avrebbero detto. È tutto, semplicemente, squallido. Una società che non parla ai tifosi e nemmeno alla stampa libera, ma sceglie chi può ascoltarla. In attesa che i turisti tornino a riempire San Siro come meta turistica e non come luogo di una passione che ribolle. Quella passione, ormai, è altrove. Anzi: non è più da nessuna parte. È nell’indifferenza più totale.
Caro Silvio
E qui arriva la parte più dolorosa, quella che mi costa scrivere. Caro Silvio, ci manchi troppo. Ci manca il Milan come progetto di vittoria e di identità, ci manca un’idea di calcio prima ancora che di azienda. Ma questa situazione, lo dico con il rispetto e l’affetto di chi ti ha amato, è anche figlia di una tua scelta. Dopo trent’anni hai lasciato il Milan: legittimamente, ci mancherebbe, era un tuo diritto. Quello che ancora oggi nessuno mi ha spiegato è il perché lo abbia consegnato a Yonghong Li, una figura che poteva essere qualunque cosa tranne che l’acquirente di un club come il Milan. Da lì è cominciata la deriva. Da lì il filo si è spezzato.
Resta, sopra ogni cosa, questa indifferenza che mi spaventa. Perché un tifoso può sopportare la sconfitta, la retrocessione, le notti storte. Ma non l’indifferenza. L’indifferenza è la fine dell’amore. E io, da un paio d’anni in constante crescendo, mi sorprendo a non guardare il Milan ed a provare, per i colori rossoneri ed il calcio in generale, la stessa passione di un bacio dato a una sorella: con affetto, certo, ma senza più alcun fremito.
Mi auguro di sbagliarmi. Mi auguro che qualcuno, lassù, decida di ripartire dal calcio e non dal marketing. Nel frattempo resto qui, con la mia maglia e la mia memoria, ad aspettare che il Milan torni a essere il Milan.
