C’è qualcosa che non torna nella narrazione che ci viene propinata quotidianamente sul Milan. Da una parte, siamo abituati a sentir parlare di conti da far quadrare, di sostenibilità finanziaria, di investimenti ragionati. Dall’altra, ci troviamo di fronte a operazioni che sembrano contraddire completamente questa linea: 37 milioni più 5 di bonus e percentuale sulla rivendita per un giocatore che il Chelsea voleva piazzare in fretta, e ora si parla di altri 35 milioni, con enfasi da parte delle decine di youtuber che devono riempire i loro canali di inutili chiacchiere, per il quasi trentenne Mateta del Crystal Palace in lotta per la retrocessione in Premier League.
Si badi bene Crystal Palace non Liverpool o Real Madrid.
Sia chiaro: non è una questione di non voler investire sulla squadra. Anzi, come tifosi non chiediamo altro. Il problema è la dissonanza cognitiva che ci viene imposta. Come si concilia il “dobbiamo essere prudenti” con questi esborsi improvvisi? E soprattutto, perché entrambi i giocatori sono francesi, entrambi convocati “episodicamente” da Deschamps, entrambi operazioni chiuse o in via di chiusura in modo piuttosto rapido?
Qui non si tratta di fare dietrologia spicciola, ma di porsi domande legittime. Il calcio moderno è diventato un intreccio complesso di interessi che spesso vanno ben oltre il rettangolo verde. Fondi d’investimento, partnership commerciali, visibilità sui mercati internazionali, asset valorizzabili nel bilancio: sono tutte variabili che entrano nelle decisioni di mercato quanto, se non più, delle pure valutazioni tecniche.
E noi tifosi, quelli che hanno amato il Milan dei “Casciavit”, quello romantico e passionale, ci troviamo sempre più spaesati. Dove sono finite le scelte dettate dal cuore, dalla voglia di costruire un progetto riconoscibile, da un’identità forte? Abbiamo la sensazione di assistere a un film già visto, dove i protagonisti cambiano ma la sceneggiatura rimane la stessa: operazioni di mercato che sembrano rispondere a logiche incomprensibili per chi guarda solo al campo.
Non ride il Milan, dici bene. Ma forse non ride più nemmeno il calcio come lo conoscevamo. È diventato un fenomeno sempre più distante dalla sua essenza sportiva, sempre più vicino a un baraccone mediatico-finanziario dove le emozioni genuine lasciano spazio ai fogli Excel e alle strategie di marketing.
La verità è che siamo stufi, amareggiati, delusi. Non tanto dai risultati sul campo, che possono oscillare, quanto dall’impossibilità di capire quale sia davvero il progetto, quale la visione a lungo termine. Ogni finestra di mercato sembra raccontare una storia diversa, ogni dichiarazione ufficiale viene smentita dai fatti poco dopo.
Forse è tempo di accettare che il calcio che amavamo non esiste più, o almeno non nella forma che conoscevamo. Ma accettarlo non significa smettere di porsi domande, di pretendere chiarezza, di chiedere che almeno la narrazione sia coerente con i fatti. Perché se anche il romanticismo deve lasciare spazio al pragmatismo, almeno che sia un pragmatismo onesto e trasparente.
